Umberto Maria Giardini è stato (ed è) sicuramente tra i più ispirati musicisti italiani della sua generazione dando alle stampe, prima a nome Moltheni e poi a nome proprio, dischi di estremo gusto e valore tra cui gli ottimi “Fiducia nel nulla migliore” (del 2001 a firma Moltheni, con il classico “E poi vienimi a dire che questo amore non è grande come tutto il cielo sopra di noi”), “La dieta dell’imperatrice” (del 2012 come Umberto Maria Giardini – lavoro a cui sono particolarmente legato, contenete brani eccezionali quali “Anni luce”, “Il trionfo dei tuoi occhi”, “Quasi nirvana”…), “Forma mentis” (del 2019 come Umberto Maria Giardini; da citare “Luce”, “Pleiadi in un cielo perfetto”, “Argo”, “Forma mentis”, “La tua conchiglia”, “Le colpe dell’adolescenza”…), fino al recente “Mondo e antimondo” (del 2023 e di cui si è parlato su queste pagine qui, con le splendide “Re”, “Andromeda”…); ed ancora, negli anni, brani come “Aurora boreale”, “Protestantesima”, “A volte le cose vanno in una direzione opposta a quella che pensavi”, “Tutto è anticristo”…
Personalmente ho avuto anche la possibilità di assistere alle sue esibizioni dal vivo, tra cui una recente e particolarmente intensa in cui “il musicista marchigiano ci ha ricondotto, con poetica, onestà e sincerità espressiva, nello spirito di quel magnifico decennio che ha congedato il secolo e il millennio scorso: gli anni novanta, decade ormai distante dai giorni nostri, ma che vive come marchiante ricordo e matrice per un’intera generazione. Senza compromessi, ma fedele alla linea che ha caratterizzato la sua carriera, solo con voce e chitarra, Umberto Maria Giardini ha ricordato come sia possibile esprimersi ed emozionare con l’essenzialità totalizzante dei contenuti” (si era scritto in quell’occasione; per la recensioni della serata si rimanda a qui).
Ora Umberto Maria Giardini (acoustic and electric guitar, percussions, vocals) ha dato alle stampe l’EP “Dio Come Alibi” (Tǔk Music – IndieTǔk) con la partecipazione di Paolo Fresu (trumpet, flugelhorn, multieffects) e di Daniele di Bonaventura (bandoneon, piano, effects); con loro, il fidato e abile Marco Marzo (acoustic and electric guitar, oud), Michele Zanni (bass, Moog), Filippo Dallamagnana (drums), Adriano Viterbini (Roland Gr 500 guitarsynth) e Gianluca Schiavon (drums).
“Quel che non ho, è quel che non desidero”, si legge sul retro della copertina, ed il Side A del 12″ è interamente affidato agli 11:34 minuti dell’ottima “Dio Come Alibi” (a firma Giardini-Marzo) in cui subito si propone, con il consueto “carattere”, l’arpeggio di chitarra, la voce e il tagliente e concretamente visionario testo, intersecati dai fiati e dal bandoneon fino a che il tutto non precipiti in uno sprofondo jazz/psichedelico da post “Bitches Brew” per poi rialzarsi e ricomporsi nel “formato canzone” iniziale.
Girato il vinile è la volta dell’acustica “La fine mia”, delicata nella parte cantata e marcata dal “fiato” di Paolo Fresu, ritmata da movenze “etniche” e segnata dal bandoneon di Daniele di Bonaventura nella coda strumentale (che appare come un brano a sé).
La chiusura dell’EP è affidata a “Concettina”, “bozzetto” che riprende l’intenzione strumentale del finale di “La fine mia” declinandolo però in stile indie/bucolico.
Terminato l’ascolto, considerando i musicisti coinvolti, si ha l’impressione di un’occasione persa per Giardini di dare alle stampe un disco (sebbene in versione EP) di pregio, con delle buone idee (soprattutto quando è presente la forma canzone) spesso però solo abbozzate e non pienamente messe a fuoco, e per l’approccio di Paolo Fresu e di Daniele di Bonaventura, concentrati più sul proprio strumento in quanto tale che sull’equilibrio del tutto, per un disco che si mostra bello ma incompiuto.
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