“Scusa sono in ritardo perché non volevo venire! Non perché ti odio, in realtà odio tutti i presenti!!”
Con la consueta ironia che li caratterizza, i Wombats inaugurano il loro nuovo disco con questo pezzo Sorry I’m Late, I Didn’t Want To Come, che è anche il primo singolo, per un disco frizzante, nel consueto loro stile indie rock, che forse in questo caso svolta verso l’indie pop. Sono indie pop infatti il primo singolo appena citato ma anche Can’t Say No.
Oh! The Ocean, il cui titolo è spirato a un momento di riflessione vissuto dal frontman Matthew ‘Murph’ Murphy durante una vacanza in famiglia, (“Dopo un paio di giorni difficili, mi sono trovato a fissare l’oceano, come se lo vedessi perla prima volta. È stato un momento quasi surreale, e mi è sembrato il titolo perfetto per il disco”) è uscito il 14 febbraio 2025 per Awal Recordings e segna dunque un’evoluzione nel sound della band senza rinunciare alle loro inconfondibili melodie accattivanti. L’album, prodotto da John Congleton (già al lavoro con St. Vincent e Franz Ferdinand), è stato registrato a Echo Park, Los Angeles, e racchiude 12 tracce che affrontano tematiche profonde con il tipico stile irriverente dei The Wombats, al secolo Matthew Murphy (voce chitarra e tastiere), Dan Haggis (batteria) e il norvegese Tord Øverland-Knudsen (basso).
Se l’esordio dei primi due brani è pop, Blood On The Hospital Floor col suo ritmo energico e la chitarra onnipresente è decisamente un pezzo indie rock, e risulta nel disco uno dei più potenti. Ma la vera sorpresa è Kate Moss, canzone che inizia con ritmi e effetti di synth, e anche un pianoforte. Una canzone strumentalmente più complessa, e dalle atmosfere insolitamente più cupe e serie.
Una sorpresa, positiva, che prosegue con Gut Punch, pop anni ’80 con synth, dal ritmo più rarefatto ma per questo molto suadente. La canzone nel mezzo del disco sembra davvero un viaggio in atmosfere musicali passate, veramente preziose.
My Head Is Not My Friend e I Love America And She Hates Me ritornano all’indie pop e ai testi ironici per cui i Wombats sono conosciuti e noti. Ad accompagnare l’uscita dell’album, i The Wombats hanno pubblicato il videoclip ufficiale di I Love America and She Hates Me, diretto da Logan Fields e con la partecipazione di Hauke Narten. Il video, che combina immagini surreali e ironiche, è già disponibile su YouTube.
Ritorna una bella chitarra ritmica introduttiva in The World’s Not Out To Get Me, I Am, mentre Grim Reaper torna al falsetto della canzone iniziale, e alle melodie indie pop, un po’ sdolcinate a questo punto per una band che ci ha abituato a chitarre un po’ più aggressive (chitarre che peraltro qui si sentono solo come accompagnamento)
Reality Is A Wild Ride si presenta a inaugurare verso la parte finale del disco un’altro momento nostalgia, in questo caso verso gli anni ’90. A fine disco arriva un’altra sorpresa: Swerve (101) comincia con atmosfere serie e cupe, dettate da basso e batteria in crescendo. La canzone esplode poi con le chitarre in un ritmo indie rock, mentre Lobster chiude il disco con uno swing lento e raffinato.
Ad ascolto completo, si può senz’altro dire che questo sesto disco dei Wombats segna una svolta: la band sembra cercare di non farsi imprigionare nell’etichetta indie rock, usa molti più strumenti, varia moltissimo i ritmi riscoprendo anche ritmi soffusi e lenti, e alla fine questi sono i pezzi che risultano i meglio riusciti. Se Blood On The Hospital Floor, classico indie rock, è certamente un pezzo energico e bello, altri sono più superficialmente melodici e catturano meno, mentre quando provano a svoltare stile, con Gut Punch, Lobster, Kate Moss, Swerve (101) sembrano raggiungere il risultato che si sono fissati, ovvero di fare variazioni sul loro stile.
Non tutto in questo disco funziona, ma si fa certamente apprezzare per le tante sfumature differenti.
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